Ci sono ore in cui la luce taglia i finestrini di sbieco, colorando le carrozze di nostalgia.
È un treno che viaggia da tempo sulla stessa linea, una corsa regolare e prevedibile che punta dritta verso il tramonto.
Chi ci siede a bordo ne conosce ogni cigolio, la comodità distratta dei sedili, il panorama che sfuma lentamente nell'oscurità. È un viaggio che consuma il giorno, e forse qualcos'altro...
Poi, a una stazione di coincidenza, l'aria si scuote.
Sul binario di fronte, in senso contrario, è fermo un altro treno.
Ha le porte spalancate, i motori accesi che vibrano nella notte e fari che non spiegano la destinazione, ma promettono l'alba.
Non ha orari scritti sui tabelloni; ha solo la forza magnetica delle cose sconosciute.
C'è un istante in cui ci si ritrova sulla banchina, nel mezzo, con il respiro sospeso tra due portelloni aperti.
Voltarsi indietro significa ritornare al tramonto sicuro, a un viaggio già scritto che va a spegnersi nella sera.
Allungare il passo verso l'altro binario significa correre incontro al mattino... senza mappe, lasciando che sia il vento a decidere.
Il ferro delle rotaie rimanda un’indecisione profonda. Il peso del corpo oscilla tra due scelte opposte e ogni secondo che passa è una porta che rischia di chiudersi per sempre.
È il bivio esatto tra la fine del giorno e l'inizio di una luce nuova.



